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La raccolta dei dati migliora la navigazione dei turisti digitali?

privacy navigazione degli turisti digitali giuseppe naccarato facebook google

 

Sono trascorse poco più di tre settimane dall’esplosione del caso Facebook-Cambridge Analytica (per un ripasso, qui trovate un sunto della questione spiegata bene). Il Guardian e il New York Times hanno pubblicato una serie di articoli capaci di far saltare il banco: i temi caldi riguardano l’utilizzo improprio dei dati sensibili e la privacy degli utenti sui social. Ma sappiate che non tutta l’analisi dei dati ha fini malevoli. Quindi, prima di raccontarvi come la raccolta dei dati migliora la navigazione dei turisti digitali, proviamo a vedere perché sia in corso una sorta demonizzazione di questo settore di ricerca. 

Cambiare rotta

In un articolo precedente, avevo fatto cenno al ruolo dei Big Data… quindi, concorderete sul fatto che per noi operatori “del settore” lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica non può costituire una grande, grandissima novità. Per il grande pubblico? Beh, pare di sì. In tema di dati sensibili e privacy degli utenti, oggi si registra una lieve, lievissima virata. Lo scandalo nato ha rivelato i fini politici di alcune operazioni di profiling, in particolare quelle che hanno coinvolto le elezioni americane vinte da Donald Trump e il precedente referendum sulla Brexit del Regno Unito. Tutti abbiamo visto Mark Zuckerberg ammettere clamorosi errori dalla sua Newsroom. Eppure, fino a poco tempo fa, sia Zuckerberg sia Eric Schmidt – presidente di Google – etichettavano il concetto della privacy come un qualcosa di ormai superato. Cambiare rotta, sì. Ma le virate di grandi compagnie quali Facebook e Google non si fanno in poco tempo.

Google è la prima a violare la privacy con il suo motore e servizi come Street View.

– Eric Schmidt, 2010 –

Dopo le dure critiche di Tim Cook – CEO di Apple – che ha accusato Zuckerberg di far soldi sui dati personali degli utenti, liquidate dal fondatore di Facebook come “superficiali e ridicole”, lo stesso ha quantificato il tempo del cambio di rotta. «Ci vorranno almeno tre anni per risolvere questi problemi, siamo già a lavoro» – ha recentemente sostenuto in un suo post.

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Il trattamento dei dati

C’è un altro passo da compiere prima di capire come la raccolta dei dati migliora la navigazione dei turisti digitali: guardare ai prossimi regolamenti.

In buona sostanza, siamo entrati in una nuova stagione in tema di privacy. Dopo il caso Facebook-Cambridge Analytica, ciò che si è realmente compreso è la rilevanza politica del dato. In questi giorni, di fatto, si sta parlando dell’urgenza di creare una sorta di paracadute capace di attenuare il rischio delle violazioni. Ne ha scritto sul Sole24Ore Oreste Pollicino, docente dell’Università Bocconi e membro della commissione di esperti che sta riscrivendo la normativa italiana:

la retorica legata al furto di dati che ha accompagnato questa vicenda è fuorviante. Una fake news. Non c’è stata alcuna sottrazione furtiva di dati da parte di Cambridge Analytica, bensì un “rilascio” spontaneo degli stessi dati da parte di qualche migliaio di utenti che hanno utilizzato un’applicazione per partecipare ad alcuni test della personalità on line. Fin qui tutto (più o meno) bene. I problemi nascono da qui in poi, e sono essenzialmente due. In primo luogo, il tipo di utilizzo di quei dati da parte della società. In secondo luogo, il contagio social e la conseguente appropriazione, questa volta illegittima, da parte di Cambridge Analytica, di un numero esponenzialmente più elevato di informazioni rispetto a quelle raccolte inizialmente.

Dunque, seguendo l’autore, siamo entrati nella terza stagione della rilevazione del dato: la prima riguarda a) la creazione dei messaggi pubblicitari ad hoc; la seconda è una sorta di liberatoria b) di accesso alle informazioni degli utenti per fini antiterroristici; e la terza, infine, c) ha mire essenzialmente politiche. Concludendo, se la prima stagione è giustificata dall’esigenza/bisogno di acquistare sempre più on-line, e se la seconda tocca da vicino un nervo sempre scoperto, quali principi scagionerebbero l’ultima? Nessun principio, se non il mero gioco dei cosiddetti poteri forti.

vendite on line, mercato dei dati, blog di Giuseppe Naccarato

Turisti digitali? Cosa sappiamo

Il tema della privacy e del trattamento dei dati investe tutto il mondo del web. Ripartiamo dunque dalla nostra domanda iniziale: la raccolta dei dati migliora la navigazione dei turisti digitali? Com’è noto, gli operatori mondiali che governano i nostri viaggi sono una manciata: Airbnb, TripAdvisor e Booking, solo per citare i più celebri. Sono anche i più potenti perché, partiti da una buona idea iniziale, hanno colto l’importanza di investire sulla raccolta dati. Sanno, per esempio, che gli utenti di oggi sono alla ricerca di vere esperienze. E sono a conoscenza del fatto che 9 utenti su 10 si organizzano tramite smartphone. Per tali ragioni, queste grandi compagnie investono sempre più su nuovi e sofisticati algoritmi. Le troviamo a caccia di contaminazioni evolute, capaci di mettere assieme convenienza e immediatezza con, appunto, la promessa di esperienze indimenticabili.

Il 40% dei viaggiatori europei sono millennials, e lo sono anche il 39% dei viaggiatori cinesi. Un mercato che fa gola: potenziali acquirenti, che non scelgono solo il luogo che visiteranno ma anche che cosa faranno una volta arrivati. Tutto pianificato, giorno per giorno. Quindi le grandi compagnie sanno di doversi adattare in base a questi incontestabili dati: nel caso dei cinesi, si tratta dunque di turisti sofisticati, sempre connessi, anche un po’ impulsivi nelle scelte. L’offerta deve, dunque, continuare, anche una volta venduto il pacchetto iniziale. Una ricerca di Digital Retex parla chiaro: l’identikit traccia un giovane viaggiatore indipendente, che proviene da una famiglia benestante e che, una volta arrivato in Italia, spende con una media di 918 euro a testa.

Nome in codice: experience

experience immagine tratta da airbnb per il blog di Giuseppe Naccarato

La vera novità di oggi mi sembra quella di Airbnb che dal novembre del 2016 a oggi, la piattaforma è passata dalle 95 Esperienze disponibili alle oltre 3300 attuali. La differenza sembra così sottile, ma vi assicuro che è molto incisiva. Experience significa luoghifood&drink, eventi e, come anticipato, altre attività. “Dopo aver visto il Duomo di Firenze cosa facciamo? La sera dove si va a ballare?”. Così, tramite il web l’utente diventa il miglior agente di viaggio di se stesso: cede informazioni, migliora le proprie esperienze attuali e suggerisce qualcosa per quelle future.

L’Italia, nel frattempo, sta seguendo esattamente lo stesso trend, integrando la sua offerta su un piano sempre più esperienziale. E ora, poniamoci la vera domanda: quanti millennials (e non solo) saranno ancora disposti a cedere “un po’ di privacy” per una experience? Beh, tutti no?

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